Marianna Porcaro: scrittura per pensare, parole per lavorare
Questo blog è pensato come uno spazio dedicato a chi nel lavoro ci mette testa, cuore e visione: sempre più un luogo per “lavoratori sognatori”.
Intervisto persone e professionisti che penso possano ispirare nel nostro modo di vivere (e pensare) il lavoro. E in questi anni ho avuto il privilegio di confrontarmi con tante persone che mi hanno permesso di crescere anche grazie alle loro storie e punti di vista.
Per l’intervista di oggi ho invitato Marianna Porcaro, docente di scrittura e comunicazione e host del podcast “Nessuno mi può giudicare”.

1) Ciao Marianna, ti ho già introdotto con il tuo breve titolo professionale, ma c’è qualcosa che aggiungeresti per raccontarti meglio ai lettori?
Aggiungerei che sono una professionista con un debole per le relazioni e una persona che utilizza la scrittura per comprendere prima ancora che per raccontare.
Mi occupo di contenuti, cultura organizzativa e comunicazione per il mondo del lavoro, ma cerco di non separare mai la professione da ciò che accade alle persone mentre lavorano: le loro aspirazioni, le fragilità che non dichiarano, i conflitti, il desiderio di essere riconosciute e le domande di senso che spesso restano fuori dai linguaggi aziendali.
La mia formazione attraversa la comunicazione, la psicologia del lavoro e la scrittura narrativa. Cinema, fotografia, letteratura e arte sono strumenti attraverso i quali osservo la realtà e provo a restituirne la complessità.
Scrivo per mettere in scena un ragionamento, aprire una domanda e, qualche volta, accorgermi che la risposta più importante non era quella che stavo cercando.
2) Mi piace iniziare sempre con una metafora: nel tempo, molti ospiti si sono descritti come “ponti”, “gomitoli”, “scarpe da trekking” o “tazze di caffè”, svelando così aspetti meno noti o particolarmente sentiti della loro vita personale o professionale. Tu quale immagine sceglieresti per raccontarti e perché?
Sceglierei una sedia leggermente sbilenca.
Una sedia serve a sostenere, ma quella che immagino non aderisce perfettamente al pavimento: conserva una piccola oscillazione, un margine di instabilità che impedisce di accomodarsi definitivamente nelle proprie certezze.
Mi rappresenta perché ho sempre cercato di offrire sostegno senza trasformarmi in un punto immobile. Mi interessa ciò che mette in discussione, ciò che costringe a cambiare prospettiva e a osservare anche la parte della realtà che preferiremmo non vedere.
Nel lavoro, come nella scrittura, non credo che la solidità coincida con l’assenza di dubbi. A volte è proprio una lieve inclinazione a renderci più attenti, più sensibili al peso degli altri e meno inclini a considerare il nostro punto di vista come l’unico possibile.
3) Che lavoro sognavi di fare da bambina e quanto ti senti vicina a quel sogno?
Da bambina non avevo un nome preciso per il lavoro che avrei voluto fare. Sapevo, però, che desideravo osservare, raccontare e costruire mondi attraverso le parole.
Facevo un gioco: scrivevo prima con gli occhi e poi con le mani. Trasformavo ciò che vedevo in scene, i sentimenti in gesti, le persone in dettagli. Scrittura e osservazione erano già diventate, per me, quasi sinonimi.
Oggi non svolgo un solo mestiere, almeno non nel significato tradizionale del termine. Scrivo, intervisto, progetto contenuti, incontro persone e accompagno organizzazioni e professionisti nella ricerca delle parole attraverso cui riconoscersi e raccontarsi.
Sono quindi molto vicina a quel sogno infantile, benché abbia assunto una forma che allora non avrei saputo immaginare. Sono diventata ciò verso cui continuavo, ostinatamente, a muovermi.
4) Amo il tuo modo di scrivere e di comunicare. Che cos’è, per te, la comunicazione?
La comunicazione è ciò che accade tra ciò che crediamo di avere detto e ciò che l’altro riesce ad ascoltare.
Uno spazio relazionale nel quale entrano la storia di chi parla, la sensibilità di chi riceve, il contesto, i silenzi, le aspettative e perfino ciò che nessuno dei due riesce ancora a nominare.
Comunicare vuol dire assumersi la responsabilità delle parole senza pretendere di controllarne interamente gli effetti. Richiede precisione, ma anche capacità di decentrarsi: domandarsi non soltanto “che cosa voglio dire?”, ma “quale esperienza sto producendo nell’altro attraverso il modo in cui lo dico?”.
Nel lavoro questa consapevolezza è fondamentale. Le parole possono riconoscere oppure mortificare, rendere accessibili i processi oppure trasformarli in strumenti di esclusione, costruire fiducia oppure lasciare le persone sole davanti a ciò che non hanno compreso.
Per me comunicare è provare a ridurre quella distanza senza fingere che possa essere eliminata del tutto.
5) Quale parola vorresti mettere in luce nel mondo del lavoro e perché?
Accorgersi.
È una parola meno celebrata di leadership, performance o innovazione, ma contiene una competenza umana essenziale.
Vedere una persona prima che il suo disagio diventi una dimissione, riconoscere una fatica prima che venga interpretata come disinteresse, intercettare un talento anche quando non possiede ancora il linguaggio per imporsi.
Molte organizzazioni dispongono di strumenti sofisticati per misurare ciò che le persone producono, ma sono ancora poco allenate a osservare ciò che accade loro mentre producono.
Accorgersi è un modo di creare le condizioni perché una difficoltà possa essere espressa senza diventare una colpa e perché nessuno venga ridotto al comportamento mostrato in un singolo momento.
È una forma di attenzione organizzativa. E, prima ancora, una forma di civiltà.
6) C’è una parola che usiamo troppo nel lavoro e una che, invece, dovremmo usare molto più spesso?
Usiamo troppo la parola risorsa.
Comprendo la sua funzione nel linguaggio organizzativo, ma le parole, a forza di essere ripetute, finiscono per costruire il modo in cui guardiamo le persone. Una risorsa è qualcosa che si utilizza, si ottimizza e, quando non serve più, si sostituisce. Una persona, invece, eccede sempre la funzione che ricopre.
Dovremmo usare più spesso la parola persona, per ricordarci che dietro ogni ruolo esiste una biografia, un corpo che si affatica, una competenza che desidera essere riconosciuta e una vita che non comincia né finisce all’ingresso dell’ufficio.
La parola che dovremmo usare più spesso è grazie.
Come autentico riconoscimento del contributo altrui. Dichiarare che ci siamo accorti del tempo, dell’impegno, della disponibilità e della responsabilità che qualcuno ha messo nel proprio lavoro. Non considerare scontato ciò che una persona offre solo perché rientra nei suoi compiti.
Nelle organizzazioni si parla molto di motivazione, appartenenza e riconoscimento, ma spesso si dimentica che queste dimensioni cominciano anche da una parola semplice, purché sia pronunciata con verità. Un grazie non sostituisce una retribuzione adeguata, opportunità di crescita o condizioni di lavoro dignitose. Può però restituire visibilità a un impegno che, troppo spesso, viene notato soltanto quando viene meno.
Cambiare una parola non trasforma automaticamente un’organizzazione. Può, però, rivelare il modo in cui abbiamo imparato a pensarla e aprire lo spazio per una cultura diversa.
7) Scrivi sia per passione sia per lavoro. C’è un tuo articolo o contenuto a cui sei particolarmente legata e che consiglieresti a chi sta cercando ispirazione nel proprio percorso professionale? Perché proprio quello?
Tra gli articoli pubblicati nella mia newsletter “Nessuno mi può giudicare”, consiglierei quello dedicato a Paulo Coelho e al tempo del riscatto.
L’ho scelto perché esistono percorsi che non seguono una progressione lineare, talenti che impiegano anni per trovare una forma riconoscibile e persone che, prima di arrivare nel luogo giusto, attraversano deviazioni, rifiuti, fallimenti e trasformazioni.
La storia di Coelho ricorda che non sempre ciò che appare come ritardo è realmente tempo perduto. Alcune esperienze, mentre le attraversiamo, sembrano prive di coerenza, soltanto dopo comprendiamo che stavano costruendo il linguaggio, la consapevolezza e la profondità di cui avremmo avuto bisogno.
Lo consiglierei a chi sta cercando ispirazione nel proprio percorso professionale perché viviamo in una cultura che celebra la precocità, la velocità e le traiettorie impeccabili, facendoci percepire ogni esitazione come una colpa.
Il contenuto che ho scelto parla soprattutto della necessità di non emettere sentenze definitive su noi stessi mentre la nostra storia è ancora in corso. A volte il riscatto consiste nel riuscire finalmente a dare un significato a tutto ciò che siamo stati.
8) Nei tuoi articoli la cultura, la letteratura e l’arte diventano strumenti per leggere il presente. Perché oggi un professionista dovrebbe nutrirsi anche di discipline apparentemente lontane dal proprio mestiere?
Perché nessun mestiere, oggi, può essere compreso restando esclusivamente dentro i propri confini tecnici.
La letteratura ci allena a sostenere l’ambiguità e a entrare, almeno temporaneamente, in punti di vista differenti dal nostro. L’arte educa lo sguardo a cogliere ciò che non è immediatamente funzionale. La filosofia ci impedisce di scambiare per naturali modelli che sono soltanto diventati abituali. La fotografia ci ricorda che ogni inquadratura mostra qualcosa, ma contemporaneamente esclude tutto ciò che resta fuori campo.
Sono competenze decisive anche nel lavoro. Un professionista deve imparare a riconoscere i problemi che nessuno ha ancora saputo vedere, collegare fenomeni lontani e immaginare alternative a procedure consolidate.
Le discipline apparentemente inutili sono spesso quelle che ci sottraggono agli automatismi. Non forniscono risposte immediatamente spendibili, ma ampliano la qualità delle domande. E quando la realtà diventa complessa, la capacità di formulare una domanda più precisa può valere più della rapidità con cui si offre una risposta convenzionale.
9) Ti va di condividere due o tre piccoli esercizi di comunicazione che chiunque possa mettere in pratica per migliorare chiarezza ed efficacia?
Il primo esercizio consiste nel separare i fatti dalle interpretazioni. Prima di formulare un giudizio su qualcuno, possiamo dividere un foglio in due parti. Da un lato scriviamo ciò che abbiamo realmente osservato; dall’altro il significato che gli abbiamo attribuito. “Non ha risposto durante la riunione” è un fatto. “Non è interessato” è un’interpretazione. Questa distinzione riduce i fraintendimenti e ci rende interlocutori più responsabili.
Il secondo esercizio è la prova della restituzione. Dopo avere scritto un messaggio importante, proviamo a sintetizzarne in una frase l’effetto che vorremmo producesse nel destinatario. Vogliamo informarlo, rassicurarlo, responsabilizzarlo, ottenere una decisione? Se il testo genera un’impressione diversa dall’intenzione, occorre riscriverlo.
Il terzo è l’esercizio del destinatario reale. Prima di comunicare, immaginiamo la persona concreta a cui ci rivolgiamo: che cosa conosce già, che cosa potrebbe non comprendere, quale timore potrebbe impedirle di ascoltare? Non serve a manipolare la risposta, ma a uscire dalla presunzione che ciò che è chiaro per noi lo sia necessariamente anche per gli altri.
La chiarezza consiste nel non lasciare all’altro l’intero peso di decifrare ciò che avremmo potuto esprimere meglio.
10) Per chiudere: ci saluteresti con un breve estratto di un libro che hai particolarmente a cuore?
Scelgo una frase di Virginia Woolf, tratta da Una stanza tutta per sé:
“Non c’è barriera, serratura o chiavistello che tu possa imporre alla libertà della mia mente.”
Mi accompagna perché descrive la libertà come la capacità di custodire uno spazio interiore dal quale continuare a pensare.
È ciò che auguro a chi lavora, scrive, crea o sta ancora cercando il proprio posto: non permettere che un ruolo, un giudizio o un insuccesso diventino il confine definitivo della propria identità. Il lavoro occupa una parte importante della vita, ma non dovrebbe mai ottenere il diritto di stabilire, da solo, quanto valiamo.